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Di Angelo Borghi

Come molti dei nostri paesi le colline di Monte Marenzo iniziarono a coprirsi di veri piccoli abitati in epoca romana, lungo una diramazione della strada Bergamo-Como; durante le invasioni barbariche ebbero fortificazioni scomparse, probabile origine della "corte" che è ricordata nel 1137, quando esisteva pure la chiesetta di Sant'Alessandro a Turni. Il paesaggio medievale era allora già variegato e ricco di vigne e ronchi, trattato a coltivi irrorati da ruscelli. Molte proprietà appartenevano al monastero di Pontida, che l'aveva ottenute per donazione da vari nobili fra cui i de Villa e i Marenzi, forse antenati dei successivi Capitanei o Cattanei di Marenzo.

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Cascina Costa


In quel tempo la collina di Santa Margherita era coronata da un castello, detto in seguito di Cantagudo: i suoi resti stanno
emergendo in recenti scavi; fuori la cinta sorgeva l'oratorio romanico di Santa Margherita ora ripristinato, il quale contiene uno dei piu' delicati cicli di affreschi del tardo Trecento con scene delle storie della santa.

Dopo la pace del 1185 col Barbarossa la zona entrava nell'orbita del Comune di Bergamo, che nel 1238 era in possesso del castello di Marenzo e del suo territorio. Nel 1216 era pero' gia' in atto il Comune rustico provvisto anche di una sua parrocchia relativamente autonoma dalla plebana milanese di Brivio: almeno dal 1234 ne furono centro la chiesa di San Paolo e nel contempo quella di San Michele detta della Bretta ossia di Torre de Busi, paese col quale esistevano antichi legami; Monte Marenzo rimase alla diocesi di Milano fino al 1787, per passare poi alla diocesi di Bergamo, mantenendo pero' il rito ambrosiano.

Il Comune di Marenzo fu schierato con i guelfi; dopo la formazione dello Stato visconteo del 1335, si sollevò più volte contro i Visconti, seguendo le famiglie dei Colleoni e dei Capitanei; sostenne quindi prima Pandolfo Malatesta e poi Tuzzano Rota, entrando nel 1433 nel territorio della Repubblica Veneta, alla quale rimase fino al 1797, con tutta la Valle San Martino.

Nella nuova condizione politica, si rese del tutto autonoma la parrocchia di S. Paolo nel 1435; l'ampliamento della chiesa del 1494 rappresentava anche il felice momento economico del paese, che aveva alta produzione di grani e vini, buoni pascoli anche sulle terre intorno all'Adda e i molini di Ravanaro, alcuni in seguito trasformati in officine del ferro.

La gran parte della popolazione, circa 360 abitanti nel 1597, era però formata da poveri braccianti, poichè le terre erano dominate da poche famiglie, Cattaneo, Ginammi, Mangili, Corazza, le quali continueranno per secoli ad essere grandi proprietarie, creando un tessuto molto ampio di case coloniche e terre a mezzadria. Il paese era costituito da numerosi abitati, Turni, Ravanaro, Fornace, Carobbio, Torre, Portola, Piudizzo, Costa, per la più

parte formati da cascine a corte esposte verso sud ed ovest.

Dopo la grande peste il paese riprese a prosperare nella sua economia caratterizzata dalla vite, aumentando le masserie e offrendo lavoro a nuovi immigrati, cosi' che la popolazione nel 1685 contava 580 abitanti.

Nel Settecento, la sistemazione della strada fra Cisano e Lecco, favoriva l'utilizzo della costiera di Bisone lungo l'Adda, con nuove cascine, coltivi, pescagione, trasporto di merci su barche. In paese si insediavano artigiani, il sarto, il tornitore, l'oste; si cuoceva calce e si cavava pietrame. Segno della prosperità fu la ricostruzione della parrocchiale, in belle forme tardo barocche, a partire dal 1769.

Caduta la Repubblica veneta nel 1797, Monte Marenzo fu assegnato al dipartimento del Serio e al distretto di Caprino; quindi passava al lombardo-veneto, dopo alcuni sconvolgimenti del 1814.

I possidenti Pietro Sozzi e Teresa Mallegori, fervidi mazziniani, insieme con i fratelli Serpieri abitanti alla Torre, furono l'anima del movimento per l'indipendenza italiana; il popolo partecipò all'insurrezione del 1848 e alla lunga resistenza di quell'autunno contro il ritorno degli austriaci; nel 1859 poi il paese accolse 500 soldati garibaldini in marcia verso Bergamo.

La seconda metà dell'Ottocento vedeva il miglioramento delle case coloniche, dove la gente era sempre piu' abile non solo nella produzione del vino ma pure nella coltivazione del baco da seta: per questo i marenzini erano particolarmente e ricercati dalle varie comunità dei territori di Brescia, Verona e Cremona. Già nel primo Seicento si coltivavano i gelsi e probabilmente si attuava la filatura della seta; di una filanda si ha notizia però solo nel 1775; essa apparteneva ai Barachetti, i quali avviarono poi intorno al 1835 un grande impianto serico al Butto, impresa destinata a diventare di notevole importanza, avendo assorbito gli stabilimenti della ditta Bovara di Valmadrera e Milano. In luogo la trattura serica Barachetti dava lavoro nel 1891 a 64 operaie, e fino a 110 nel 1920; la ditta proseguì l'attività fino alla crisi degli anni Trenta, mentre era già cessata l'altra ditta serica Agudio avviata al principio del secolo. Altre ditte erano delle tornerie, una cava da cemento, qualche officina da fabbro. Il riordino delle strade intorno a Cisano, l'apertura della linea ferroviaria
Bergamo-Lecco, l'ampliamento dell'arteria di attraversamento del paese da S. Gregorio a Fornace e Butto, favorivano i collegamenti con Cisano e con Calolzio, sui quali paesi però man mano si spostavano gli abitanti per lavoro.

Negli anni Venti, perciò, Monte Marenzo viveva un nuovo isolamento, accentuato dalla crisi industriale; le case coloniche videro perciò un notevole avvicendamento di famiglie, ma anche il rinnovo e il potenziamento, così che, pur con gli onerosi patti agrari, si ricreava in Monte Marenzo una condizione
agricola predominante rispetto agli altri paesi della valle; le grandi proprietà terriere vennero favorite a coprire di vigne gran parte del territorio utile, rafforzando una specifica identita' del paese fino all'ultimo dopoguerra.

Dal 1970 il decentramento industriale scopriva anche queste terre, sia dentro le amene colline, sia lungo la strada statale fra Lecco e Bergamo, nella zona della Levata di Bisone, dove si sono man mano formate, ampie fabbriche e residenze.

Il calo demografico quindi si fermava, per salire dai 642 residenti del 1961 ai 1187 del 1981 e ai 1785 del 1997; questo è dovuto alla presenza di un centinaio di imprese, per la maggior parte  di carattere artigianale e dai nomi piuttosto noti; ma ne sono motivo anche il restauro e il riuso dei vecchi abitati, per i quali nell'ultimo decennio si sono creati consistenti servizi.

Si deve però sottolineare che le risorse ambientali e paesaggistiche, man mano tutelate e valorizzate, hanno formato e tutt'ora rappresentano l'attrattiva piu' interessante di una pur modernissima comunità.

Angelo Borghi

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